E se l’ambientamento non andasse come avevamo immaginato?
Quando ci sono giorni facili, giorni difficili e momenti in cui sembra di tornare indietro.
Nei post su Instagram abbiamo parlato dell’ambientamento guardandolo da tre punti di vista.
Quello del bambino.
Quello del genitore.
Quello dell’educatrice.
E forse, mettendo insieme questi tre sguardi, possiamo accorgerci di una cosa:
l’ambientamento raramente è una linea retta.
Ci sono bambini che nei primi giorni piangono molto e poi, lentamente, trovano il loro equilibrio.
Ci sono bambini che sembrano tranquilli fin da subito e manifestano la fatica qualche giorno dopo.
Ci sono mattine in cui entrano serenamente e altre in cui il distacco sembra improvvisamente diventato impossibile.
E proprio lì possono arrivare i dubbi.
“Ma non si era ambientato?”
“Perché siamo tornati indietro?”
“Forse il nido non fa per lui?”
“Sto sbagliando qualcosa?”
Forse il problema è proprio l’idea che abbiamo dell’ambientamento.
A volte lo immaginiamo come un percorso con una direzione precisa:
piange → si calma → entra serenamente → si è ambientato.
Ma un bambino non funziona così.
E nemmeno la costruzione di nuove abitudini.
Ci sono passi avanti, momenti di arresto e talvolta apparenti passi indietro.
Un giorno può esplorare con curiosità.
Quello successivo può avere bisogno di essere accompagnato più da vicino.
Può salutare serenamente per una settimana e poi tornare a piangere.
Questo non significa necessariamente che abbia perso ciò che aveva conquistato.
Può semplicemente significare che sta ancora facendo esperienza di qualcosa che per lui è nuovo.
“Ma se si era ambientato, perché adesso fa di nuovo fatica?”
È una domanda che sento spesso.
E forse vale la pena ricordare che conoscere un ambiente non significa aver smesso di fare fatica in quell’ambiente.
Pensiamo anche a noi adulti.
Possiamo conoscere un luogo, una persona, una situazione e sentirci comunque più vulnerabili in alcuni momenti.
Per un bambino può succedere lo stesso.
Una pausa dal nido.
Una malattia.
Un cambiamento nella routine.
Una giornata particolarmente stancante.
L’acquisizione di nuove competenze.
Un momento di maggiore bisogno di vicinanza.
Possono rendere nuovamente difficile qualcosa che sembrava ormai acquisito.
E questo non cancella necessariamente il percorso fatto.
E poi c’è quello che succede a casa
A volte il genitore racconta:
“Al nido mi dicono che sta bene.
Poi lo vado a prendere e a casa è completamente diverso.”
È stanco.
È irritabile.
Vuole solo stare in braccio.
Fa più fatica ad addormentarsi.
Sembra avere bisogno di moltissimo contatto.
E allora può comparire un pensiero:
“Al nido è bravissimo. Con me invece fa tutto questo.”
Ma forse possiamo provare a guardare la situazione da un’altra prospettiva.
Il bambino ha trascorso una parte della giornata in un ambiente ricco di novità, relazioni, stimoli e richieste.
Quando torna nel luogo in cui si sente maggiormente a suo agio, può finalmente lasciare andare la tensione accumulata.
Non significa necessariamente che al nido stia male.
E non significa che a casa stia “facendo i capricci”.
Significa che anche il comportamento che vediamo dopo il nido merita di essere ascoltato.
Questo non significa che dobbiamo considerare normale qualsiasi difficoltà.
E questa precisazione per me è importante.
Dire che l’ambientamento può essere faticoso non significa dire che ogni situazione debba essere semplicemente sopportata.
Quando qualcosa ci preoccupa, possiamo fermarci e osservare.
Non soltanto:
“Piange?”
Ma:
- Riesce, anche per piccoli momenti, a stare bene?
- Mostra curiosità verso l’ambiente?
- Cerca una figura educativa?
- Riesce a lasciarsi consolare?
- Ci sono momenti in cui partecipa al gioco o alle routine?
- La sua fatica sta cambiando nel tempo?
- Cosa osservano le educatrici?
- Cosa succede prima, durante e dopo il nido?
Non per cercare immediatamente una spiegazione.
Per costruire una fotografia più completa del bambino.
Quando qualcosa non torna, possiamo cambiare domanda
Forse la prima domanda non deve essere:
“Cosa c’è che non va?”
Possiamo iniziare da:
“Cosa ci sta mostrando questo bambino?”
Perché dietro a un comportamento possono esserci bisogni diversi.
E prima di decidere cosa fare, abbiamo bisogno di capire che cosa stiamo realmente osservando.
E qui torna il valore dello sguardo degli adulti
Quando l’ambientamento diventa faticoso, bambino, genitore ed educatrice possono avere informazioni diverse.
Il genitore conosce il bambino in un modo.
L’educatrice lo osserva in un altro contesto.
Il bambino comunica, attraverso i suoi comportamenti, qualcosa che gli adulti devono provare a comprendere.
Per questo può essere così importante parlarsi.
Raccontare ciò che si osserva.
Fare domande.
Condividere dubbi.
Mettere insieme i pezzi.
Forse l’ambientamento non ha una vera e propria “fine”
Forse possiamo smettere di aspettare quel giorno in cui finalmente potremo dire:
“Ecco, adesso è ambientato.”
Ci sono piuttosto tanti piccoli momenti.
Un giorno in cui entra più serenamente.
Un’educatrice che diventa un punto di riferimento.
Un gioco che finalmente lo incuriosisce.
Un saluto che diventa un po’ più semplice.
Una giornata difficile.
E poi un’altra in cui qualcosa torna a funzionare.
Non è una linea retta.
È un percorso fatto di esperienze, aggiustamenti, nuove scoperte e, a volte, di qualche passo indietro.
E forse quei passi indietro non sono necessariamente la perdita di qualcosa.
Possono essere semplicemente parte del percorso.
Una cosa che vorrei lasciarti:
non cercare l’ambientamento perfetto.
Cerca di osservare il tuo bambino.
Di ascoltare ciò che comunica.
Di confrontarti con chi lo accompagna al nido.
E di concederti anche tu il tempo di capire come vivere questa nuova esperienza.
Perché a volte non abbiamo bisogno di sapere subito cosa fare.
Abbiamo bisogno di capire meglio cosa sta succedendo.
